L’agenda politica resta scandalosamente indietro in tema di prevenzione: l’allarme degli studiosi.
MIRANDOLA – L’interessante convegno scientifico organizzato dal Rotary Club di Mirandola sabato mattina insieme ad Enea, nel nuovo spazio del Teatro Tenda 29 di via Dorando Pietri, è stato uno di quei momenti in cui si percepisce chiaramente quanto l’agenda politica in Italia e soprattutto nella nostra regione sia scandalosamente lontana dal tema della prevenzione sismica, che in questa buona fetta di territorio emiliano è invece di dolorosa attualità.
Non tanto per la scarsa presenza al convegno stesso delle istituzioni locali, bensì perché è solo mettendo insieme i pezzi di un puzzle così complesso, descritto dai relatori sia da un punto di vista sismologico che edilizio, che si comprende man mano quanto il ruolo decisionale e programmatico della politica sia mancato e manchi ancora di efficacia oggi, nella prospettiva della ricostruzione imminente.
Che, come emerge da ogni singolo intervento dei relatori altamente qualificati – Bernardino Chiaia e Alessandro de Stefano del Politecnico di Torino, Antonello Salvatori dell’Università dell’Aquila – tuttora non è dotata di strumenti sufficienti per garantire una sicurezza adeguata né per il costruito pubblico, né tantomeno per il privato.
«Il nostro dramma deve diventare occasione per riflettere su tutta una serie di problematiche – ha osservato il sindaco Maino Benatti nel suo saluto agli intervenuti – sarebbe un errore gravissimo non riuscire, come Paese, a trarre lezioni da ciò che ci capita.
Non solo per ricostruire, abbiamo bisogno di imparare a convivere con il terremoto e non possiamo dimenticare l’esistenza di questo evento naturale.
Dobbiamo ricostruire in modo sicuro sia da un punto di vista materiale che psicologico-culturale».
«Comprendere la nostra crisi sismica – ha spiegato il professor Tarantino dell’Università di Modena-Reggio Emilia – significa comprenderne le caratteristiche principali: il grande tempo di ritorno storico del terremoto ha contribuito a creare la convinzione che la nostra zona non fosse sismica e per questo nessuno ha progettato come si doveva; la sequenza di scosse susseguenti dal 20 al 29 maggio è stata davvero poco clemente e non ha dato la possibilità di intervenire sugli edifici lesionati, che il 29 sono crollati definitivamente; la mancanza delle normative adeguate e il ritardo nell’applicazione della mappa di pericolosità sismica nazionale hanno fatto sì che la maggior parte del nostro patrimonio costruttivo sia a rischio; la nostra zona fortemente industrializzata, arrestata dal terremoto, ha vissuto e sta ancora vivendo un danno produttivo davvero ingente».
Occorre quindi «cambiare il paradigma culturale», come suggerisce il professor Chiaia, ma cosa serve alle tragedie per trasformarle in veri passi avanti? La storia di Vito Scarfidi, il ragazzo morto nel 2008 nel crollo del soffitto del liceo Darwin di Rivoli, ricordata dalla madre Cinzia intervenuta al convegno, serve nella misura in cui si lavora sulle cause, dimostrando i limiti delle attuali normative e cercando soluzioni praticabili insieme a tutti i soggetti coinvolti.
«Eppure – ha rimarcato il professor Alessandro Martelli, esperto di ingegneria sismica – il 49% degli edifici scolastici e il 70% dell’edificato italiano non è in grado di reggere al potenziale terremoto della propria area.
L’evoluzione della classificazione sismica è avanzata ma non è applicata, a causa dei limiti del metodo probabilistico per la definizione della pericolosità.
Il decreto Milleproroghe ha spostato l’entrata in vigore obbligatoria dell’analisi della vulnerabilità degli edifici esistenti.
Il 70% del territorio italiano è in fascia sismica dalla 1 alla 3: gli eventi sismici sono rari, ma come abbiamo visto, colpiscono duramente.
Il Corso di Costruzioni Antisismiche che conducevo all’Università di Ferrara – ha ricordato – è stato chiuso nel 2011 per disinteresse, il che dimostra quanto il pericolo sia stato sottostimato».
E questo nonostante il costo della prevenzione sismica sia pari a un quinto dei fondi pubblici stanziati in seguito al sisma emiliano e a quello aquilano: per ognuno, una cifra compresa tra i 10 e i 20 miliardi di euro. Katia Motta




