Luca Fasano: Tra oggi e domani: cronaca di una giornata di servizio
È mezzanotte e tre quarti, da più di un’ora ho spento la luce: devo riposare dopo 10 ore continue in ospedale di domenica, bevendo un cappuccino alle 15, senza mangiare perché le brioches erano finite. Domani altre 12 ore in consulenza tra gli ammalati con Covid 19 ed i giovani specializzandi, delle branche più disparate, che cercano di aiutarli insieme ad infermieri presi a caso dagli ambulatori che sono stati chiusi per l’emergenza.
Ho ancora troppa adrenalina addosso: oggi stavo entrando a visitare/salutare un collega infettato sul lavoro, avevo infilato ai piedi i sacchetti della spazzatura che sostituiscono i calzari che non ci sono, indossato il camice di plastica, la doppia cuffia, i doppi guanti, la visiera, mi dirigevo verso la porta… un brivido: ho sbagliato la sequenza di vestizione ed indossato solo la mascherina chirurgica che protegge gli altri da me, NON me dal virus. La FFP2 è nella tasca della casacca, riposta nella bustina dove la devo mettere dopo essere stato in ogni camera perché deve durare per in giorno intero (si ha diritto ad una sola maschera al dì, che si ritira, firmando al mattino, anche se la maschera dura ben meno di un turno), quindi non è sul carrello della vestizione. Mi ero distratto a pensare a come avrei trovato questo mio conoscente, cosa mi avrebbe detto e chiesto. Devo spogliarmi per cercarla… sequenza di svestizione. Per entrare in camera ho impiegato 30 minuti ed occupato un operatore sociosanitario che mi ha aiutato, e creato la coda tra chi doveva uscire dalla porta virtuale tra sporco e pulito: due cerotti stesi a terra per fermare un pannolone, imbevuto di disinfettante ed usato come stuoino, ed altri due cerotti larghi uno con scritto “zona sporca” ed il secondo con scritto “area pulita”. Le due zone sono delimitate da un lungo nastro adesivo che separa virtualmente il corridoio in due corsie: quella “sporca”, con il pavimento inquinato dal virus dove si gira bardati e dà accesso alle camere di degenza, e quella “pulita”, dove si gira in divisa, in teoria con la maschera filtrante che però deve aderire al viso perfettamente e dopo tante ore crea lesioni sul volto e poi si “esaurisce” e dobbiamo usarla più del suo “tempo di vita” per cui viene sostituita ogni tanto dalla mascherina chirurgica.
Senza uscire dalla zona sporca, gli infermieri bardati entrano nelle camere portando le terapie ai pazienti ed escono con i parametri dell’ammalato (temperatura, ossigenazione, frequenza cardiaca e respiratoria, flusso di ossigeno inalato) riferendoli al collega in zona “pulita” che può riportarli sulle cartelle. I medici fanno lo stesso: uno “sporco”, bardato, visita gli ammalati, esce e detta il diario clinico a quello pulito che può impugnare una penna e scrivere. Qualcuno urla, per richiamare l’attenzione: vuole le bustine di plastica dentro cui infilare siringhe o provette con il prelievo appena fatto.
Dentro la camera, sui letti più distanziati del solito (le camere da 6 letti sono diventate da 4, quelle da 3 ridotte a due posti letto), i pazienti anch’essi dotati di mascherina chirurgica che copre la maschera dell’ossigeno. Bisogna ridurre la diffusione del virus che viene proiettato a distanza dal flusso di ossigeno che mantiene in vita gli ammalati ma contemporaneamente diffonde nella camera, con i suoi alti flussi, le goccioline umide ed infette dell’espirato, mettendo a rischio gli operatori che entrano per curarli ed aiutarli.
Le visite sono ovviamente vietate ed i pazienti sono soli. Un signore anziano, non dotato di telefonino, mi ha chiesto di far avere al nipote la richiesta di biancheria pulita; mi ringrazia e chiede “ci vediamo domani?” Non ha capito che sono un consulente, tra qualche giorno guarderò la sua cartella con gli esami che ho richiesto per capire come va e probabilmente non avrò il tempo per vestirmi, entrare a salutarlo e svestirmi. Ha capito però che siamo in tanti, ruotiamo e, prima di rivedere la stessa faccia, passeranno giorni.
Una sessantenne, appena ricoverata ha una crisi d’ansia, non per la malattia: si è resa conto di non aver con sé il caricabatterie e teme di non riuscire a comunicare più con l’esterno tra poche ore; sa che marito e figlio, in quarantena, non possono uscire di casa per portarglielo.
Ma si consumano drammi anche peggiori: visito un paziente mio coetaneo che mi dice di stare meglio: parla senza dover interrompersi per respirare, mi chiede quando potrà uscire, segue i miei ragionamenti mentre 72 ore prima era intorpidito, apatico, quasi disinteressato al suo destino ed alle mie parole che cercavano di spiegargli cosa gli stava succedendo e come pensavamo di poterlo aiutare. Esco, cerco la sua cartella, gli esami vanno meglio; apro il computer con la lista dei pazienti che devo visitare, che si allunga di continuo, per scrivere il referto. Cerco lo specializzando della pediatria che lo segue: è uno dei più svegli, presenti ed attenti; è di spalle ed il cerotto con il nome il nome di battesimo scritto in grande per presentarsi in questa babele di persone che non si conoscevano fino ad una settimana fa, lo ha attaccato come tutti sulla divisa davanti. Senza poterlo chiamare, cerco la sua attenzione: viene verso di me, rabbuiandosi in volto. “Va effettivamente meglio Giorgio” dico, sperando di rasserenarlo, peraltro è la verità. “Si, ma alla camera 6 c’è suo padre, sta morendo; bisogna andare a dirglielo”.
Se lo ritenete opportuno potrebbero, con calma esserci altre puntate. – Buona “reclusione” a voi.
Maurizio Fusari: La non-routine del lavoro è diventata routine
Non avrei mai immaginato, in queste giornate surreali, che avrei sentito così tanto la mancanza del Club, di qualcun “altro” con cui condividere le nostre quotidianità. La mia quotidianità è cambiata (come quelle di tutti voi): la non-routine del lavoro è diventata routine.
L’esperienza (ahinoi devastante) temporalmente anticipata della Lombardia e di Piacenza, ci ha permesso di prepararci organizzativamente, ma quando arriva l’ondata epidemica la realtà è sempre diversa da come, anche al peggio, l’avevi immaginata.
Abbiamo dovuto ristrutturare l’intera rete degli ospedali (che per me significa Ravenna-Lugo-Faenza: quasi 1100 posti letto!) per poter accettare e ricoverare i Pazienti COVID19 destinando loro le cure di intensità differenziata a seconda delle loro condizioni. In due-tre giorni. E, come Penelope, disfare e rifare per dare risposta adeguata alle richieste che cambiano di giorno in giorno.
Cosa significa per me? Organizzare, coordinare e sorvegliare Collaboratori e Personale commisurati ad un numero di 26-30 posti letto di terapia intensiva che, di colpo, devono farsi carico di 200-250 Pazienti.
Per fortuna siamo bravi e preparati… ed i più esperti aiutano i meno esperti.
Qual è la mia più grande preoccupazione? La salute e la protezione dal contagio dei miei Collaboratori che, se dovessero ammalarsi, lascerebbero irrisolvibile quello che è già un dramma. La “tenuta” psicologica talora vacilla ed è così che mi sento in dovere di rinforzarli, di non farli sentire soli o, peggio, abbandonati con le loro paure, fra i malati. Ma i Dispositivi di Protezione Individuali sono scarsi (e dobbiamo fare molta attenzione a non sprecarne).
Anche le relazioni con i familiari dei pazienti sono cambiate. Non possono più entrare negli ospedali e l’unico contatto con loro è diventato quello telefonico durante il quale giornalmente chiamiamo noi per aggiornati sulle condizioni cliniche dei loro cari.
Le Unità di Crisi che abbiamo istituito si riuniscono almeno due volte al giorno: la prima verso le 8:30… l’ultima di solito dopo le 18:30. Significa essere operativo 12-14 ore al giorno. La domenica è anche peggio perché cerco di fare da casa con telefono e video-chiamate (non sempre, però, è possibile) ma il non avere sott’occhio diretto la situazione mi lascia un senso di incertezza che riesco a dirimere solo quando torno a controllare de visu.
Eppure mi considero un fortunato: non sono segregato come la maggior parte di noi; ho l’opportunità di vedere e parlare con tante persone durante il giorno, anche se con una interfaccia inusuale: sempre con mascherina, cuffia, camice e sovracamice. È diventato un cliché tanto che, talora, mi accorgo di indossarli anche quando sono solo nel mio studio. Le mani sono così frequentemente igienizzate che la mia pelle assomiglia a quella di un serpente.
Ma non sento la mancanza della libertà individuale, che sicuramente è calata addosso agli altri come se fossero arresti domiciliari: e questo è un privilegio.
Il mio appello resta comunque quello di rispettare massimamente l’isolamento: unico, vero ed efficiente strumento per vincere non la battaglia ma la guerra.
E tornare, gradualmente, alla normalità…
Quando sarà finita, nelle occasioni di convivialità del Club piuttosto che soffermarsi solo a raccontare questa storia, vorrei che questa storia fosse l’incipit per progettare il futuro.
A tutti un abbraccio (non so se l’abbraccio è nel rituale rotariano, ma avete imparato a conoscermi… io sono un po’ irrituale) e chiedo scusa se non rispondo alle telefonate o tempestivamente ai messaggi: sono certo che comprendete che è perché non posso.
Tiziana Lazzarotto: Le attività dei laboratori di Microbiologia e Virologia per contribuire a limitare la diffusione del nuovo Coronavirus (SARS-CoV-2)
Si tratta di un “nuovo Coronavirus”, denominato SARS-CoV-2 (Sindrome Respiratoria Acuta Grave-Coronavirus 2) molto simile ma assolutamente non uguale al virus SARS-CoV che è circolato nel 2003 localmente solo in Cina e a Taiwan.
Il contagio sembrerebbe essere di tipo zoonotico, ovvero causato dalla trasmissione del virus da animale a uomo. L’attuale ipotesi più probabile, riportata dall’OMS, è quella che identifica in un animale l’ospite intermedio, cioè quello che ha determinato la trasmissione del virus dai pipistrelli all’uomo. Infatti, come per altri Coronavirus già noti, i pipistrelli sembrano essere gli ospiti naturali. Ci sono in corso molti studi per capire completamente la via di trasmissione che ha portato un virus di origine animale a diventare un virus umano, cioè un virus trasmissibile da uomo a uomo, e ad elevata contagiosità,
La prima segnalazione all’OMS di un focolaio di casi di polmonite ad eziologia sconosciuta risale al 31 dicembre 2019 nella città di Wuhan, città della Cina centrale di oltre 11 milioni di abitanti. La maggior parte dei pazienti severamente malati presentava un link epidemiologico con il mercato ittico di Huanan Seafood, specializzato nella vendita all’ingrosso di frutti di mare e animali vivi.
Oggi a fine marzo 2020, il virus è un virus pandemico, più di 200 paesi, aree o territori sono stati colpiti dall’infezione, quasi 600.000 sono i casi confermati e più di 26.000 sono le morti di pazienti con il Coronavirus.
La comunità dei microbiologi e virologi è mobilitata per contribuire a limitare la diffusione del virus in Italia e nel mondo attraverso specifiche attività di laboratorio, accurate ed innovative, in grado di supportare i clinici nella diagnosi e nella gestione delle infezioni e malattie causate dal “nuovo Coronavirus”.
Oltre all’attività diagnostica i laboratori di microbiologia sono anche molto impegnati sui vari aspetti inerenti alla ricerca di base e la ricerca clinica. Non conosciamo sufficientemente il nuovo virus, SARS-CoV-2, per trarre conclusioni sull’epidemiologia, sulla contagiosità, sul rischio di diffusione e sul meccanismo di patogenesi.
La diagnosi di infezione da SARS-CoV-2 e di malattia (COVID-19) causata da questo virus è eseguita mediante la ricerca del genoma virale (molecola di RNA) su tamponi naso-faringei, attraverso metodi molecolari denominati PCR Real Time.
La manipolazione dei campioni respiratori deve essere eseguita a livelli elevati di biosicurezza e in totale sterilità.
Per questo motivo i microbiologi/virologi lavorano sempre protetti da dispositivi di protezione individuale e sotto cappe a flusso laminare proprio per la protezione dell’operatore e dell’ambiente circostante, eliminando la possibilità di contaminazioni crociate, e consentendo un lavoro in condizioni di sterilità.
I campioni respiratori vengono pre-trattati con particolari tamponi allo scopo di inattivare l’infettività virale e quindi sottoposti alle procedure di estrazione/purificazione ed amplificazione dei genomi virali. Questo procedimento dura circa 5 ore.
Recentemente i laboratori di Microbiologia hanno ricevuto della strumentazione corredata di test molecolari più rapidi che permettono di dare i risultati in circa 90 minuti dall’arrivo del campione. Questi test fondamentali per il laboratorio non sono però in grado di esaminare nelle 24 ore un numero elevatissimo di campioni. Per questo motivo questi test sono dedicati a tutti i pazienti che necessitano per problemi clinici, terapeutici ed organizzativi (ad esempio necessità di isolamento, di interventi chirurgici ecc.) di risposte diagnostiche molto rapide.
A Bologna e su tutta l’area metropolitana queste attività diagnostiche sono svolte dal laboratorio di riferimento regionale per le emergenze microbiologiche (CRREM) una delle sezioni dell’Unità Operativa di Microbiologia del Policlinico di Sant’Orsola.
Il CRREM fino a metà marzo circa svolgeva quest’attività diagnostica non solo per Bologna e area metropolitana ma anche per le province di Piacenza, Reggio Emilia, Modena e Ferrara. Con il passare del tempo il numero dei campioni aumentava in modo esponenziale determinando quindi l’attivazione anche degli altri laboratori di Microbiologia e Virologia presenti in Regione.
Oggi, in Emilia-Romagna, la diagnosi molecolare sui campioni respiratori è eseguita da una rete di laboratori, in particolare dai laboratori di Microbiologia e Virologia di Bologna (che copre anche Ferrara), Piacenza, Reggio Emilia, Modena, e Pievesestina (che copre tutta la Romagna) e, dal laboratorio di Igiene e Sanità Pubblica di Parma.
Il laboratorio di Microbiologia di Bologna riceve ed esamina attualmente circa 700-800 tamponi al giorno e lavora h24 per poter garantire una diagnosi più rapida possibile. Dato l’elevato numero di campioni giornalieri, la Microbiologia di Bologna è anche supportata per una piccola parte di campioni dal laboratorio del Centro Trasfusionale dell’Ospedale Maggiore.
Fino ad oggi, seguendo le indicazioni del governo regionale, i tamponi sono eseguiti solo ai pazienti con sintomatologia. Entro i primi giorni di aprile saranno introdotti anche i controlli (tamponi e screening sierologico) nei confronti di tutti gli operatori sanitari presenti in prima linea negli ospedali.
L’impegno di tutta la comunità dei Microbiologi Clinici Italiani è costante nel contrasto alla diffusione di questo nuovo Coronavirus. In particolare in questo frangente, in attesa dello sviluppo di efficaci terapie antivirali e della disponibilità di un vaccino.



